In viaggio con i bambini: 5 consigli per non trasformarlo in un’odissea

La sicurezza dei nostri bambini è senza alcun dubbio la nostra prima priorità in qualsiasi momento, e i viaggi in automobile non fanno eccezione. Ma se dovessimo girarci costantemente, distraendoci dalla guida, per verificare il loro comportamento, e che non facciano nulla di pericoloso, non faremmo che metterli in un pericolo ancora maggiore: come possiamo allora rendere sicuri i nostri viaggi in automobile anche per loro? Ecco cinque consigli semplici da chi ha grande esperienza di lunghi trasferimenti con pargoli al seguito: seguiteli e vedrete che vi sentirete immediatamente più sereni!

Se possibile, trovate un compagno di viaggio
L’altro genitore dei vostri bambini è sicuramente il primo e più logico candidato. Ma se questo non fosse possibile, un nonno, uno zio, o perfino un amico si riveleranno dei compagni preziosi: alleggeriranno il peso del viaggio con qualche chiacchierata, potranno dedicare più attenzione ai bambini senza far distrarre voi dall’attenzione alla strada e al traffico, e contribuiranno sicuramente a rendere il viaggio più rilassante e meno stressante.

Massima attenzione ad alcool e caffeina
Non bisognerebbe mai mettersi alla guida dopo aver bevuto alcool, e nemmeno dopo avere assunto grandi quantità di caffeina: il primo abbassa la nostra soglia di attenzione, rallenta i riflessi, e può portarci dei pericolosissimi colpi di sonno, mentre la seconda ci può rendere troppo nervosi e poco lucidi nel prendere decisioni. A maggior ragione, quindi, queste sostanze vanno assolutamente evitate quando fra i vostri passeggeri ci sono anche i vostri bambini: la loro sicurezza è vostra responsabilità!

Viaggiate attrezzati
In questo caso non ci riferiamo al cric, alla ruota di scorta, o a una tanica di benzina extra: stiamo parlando dei vostri bambini, e di come tenerli calmi e occupati. E la risposta, lo sapete benissimo, è rifornirli di giocattoli che li tengano occupati e buoni ai loro posti, evitando che si spostino per noia – mettendosi in pericolo – o che, con il loro comprensibile desiderio di parlarvi, vi distraggano dalla guida mentre eseguite una manovra che richiede tutta la vostra attenzione. Mettete in automobile qualcuno dei loro giocattoli preferiti – niente con piccole parti che si possano perdere e li invoglino a pericolose sortite dal proprio seggiolino per recuperarle – e il vostro viaggio sarà senza dubbio più sicuro.

Limitate la velocità
Questo è sempre un buon consiglio, quando si sta viaggiando in automobile: la velocità eccessiva è un pericolo in qualsiasi situazione. Ma quando ci sono dei bambini a bordo, le ragioni di tenersi ben sotto i limiti aumentano ancora: è più facile gestire un imprevisto, e soprattutto evitare uno scontro, quando non si sta sfrecciando a tutto gas.

Non dimenticate i seggiolini di sicurezza
L’utilizzo degli appositi seggiolini per bambini, calibrati sul loro peso e sulla loro età, fa un’enorme differenza nel proteggerli dalle conseguenze di un eventuale impatto della vettura durante la guida. Le cinture di sicurezza e gli airbag, così fondamentali per gli adulti, possono addirittura rivelarsi pericolose per un infante, e solamente la scelta dei giusti strumenti può davvero tutelare i nostri bambini.

Auto elettriche: il futuro è già qui

Non c’è dubbio per chiunque si occupi del settore dell’automobile che il futuro del mercato è nelle automobili elettriche. La popolarità di cui un tempo godevano solo fra i sognatori o gli ecologisti dello zoccolo duro si è ormai allargata a persone di ogni tipo, ceto e cultura, mano a mano che la preoccupazione per l’ambiente s’è fatta più diffusa e l’interesse a rispettarlo più sentito. Ma quali sono i reali vantaggi che quest’automobile del futuro porterà agli autisti di domani?

Il rispetto dell’ambiente
L’inquinamento da gas di scarico è un problema che in realtà tutti sentiamo da anni, e del quale ci lamentiamo da altrettanto tempo – ma in realtà, con il passare del tempo, non ha fatto altro che peggiorare. E lungi dall’essere soltanto un problema di decoro urbano, l’emissione di gas è una delle cause principali del riscaldamento globale che ci minaccia tutti. Ma le auto elettriche supereranno completamente questo problema: si caricano letteralmente da qualsiasi sorgente di energia elettrica, e non producono alcuna emissione, e quindi alcun inquinamento.

L’economia e l’efficienza
Il prezzo del petrolio fluttua costantemente, rendendo a volte obiettivamente insostenibili i consum anche delle auto di piccola e media cilindrata. La risorsa è inoltre evidentemente esauribile, e quindi i prezzi non potranno che salire, nel tempo. Al contrario, le auto elettriche hanno un ottimo rapporto fra costo del “carburante” (in questo caso, l’energia) e le prestazioni; oltre a questo, possono essere letteralmente ricaricate ovunque ci sia energia elettrica, riducendo i costi derivanti dal mantenimento dei benzinai. Oltre a questo, i motori delle auto elettriche richiedono in generale una minore quantità di interventi di manutenzione, il che li rende più economici sul lungo periodo.

Ma siamo obiettivi: le auto elettriche non hanno alcun difetto? Naturalmente no: ogni macchina ha i suoi pro e i suoi contro, e le vetture elettriche non fanno eccezione. Da un lato, si può fare ancora molto per migliorare l’autonomia delle automobili elettriche, soprattutto considerando che i centri di ricarica non sono ancora diffusi su tutto il territorio e quindi esiste un rischio concreto di trovarsi “a secco” in un luogo dove sia impossibile ricaricare. Oltre a ciò, i tempi di ricarica delle batterie sono ancora molto lunghi rispetto al tempo impiegato per un pieno di benzina: un’altra area dove la tecnologia dovrà fare di meglio per portare alla posizione di dominio del mercato queste automobili che possono, davvero, salvare il nostro ambiente.

Le fasi del recupero IBC

Il recupero IBC è la serie di operazioni che permette di rigenerare e riportare in condizioni operative una cisternetta del tipo cosiddetto “millelitri”, composta di un otre in plastica – omologato per il trasporto di diverse sostanze, inclusi gli alimenti e molte sostanze chimiche anche aggressive – e di una gabbia di protezione in metallo che lo circonda.

La sigla IBC sta infatti per Intermediate Bulk Container. Tali cisternette, estremamente utili per contenere i materiali più svariati, si trovano infatti dopo lo svuotamento a non poter essere immediatamente riutilizzate per la presenza di scorie, e quindi devono essere sottoposte a lavaggi e ricondizionamenti che prendono appunto, collettivamente, il nome di operazioni di recupero IBC. Vediamole in maggior dettaglio:

1- Il recupero IBC inizia fin dal momento in cui un’azienda specializzata provvede al ritiro delle cisternette usate presso la sede dell’Azienda. È importante sapere che i camion utilizzati per questo ritiro debbono essere specificatamente attrezzati per gestire il trasporto (e quindi gli eventuali imprevisti a esso relativi) in piena sicurezza; fra tali dotazioni richieste ai camion per il recupero IBC c’è anche l’obbligo di legge di essere equipaggiati di un apposito sistema di tracciamento.

2- La successiva fase del recupero IBC consiste nell’effettuarne la cernita non appena arrivano nello stabilimento di recupero. Innanzitutto, infatti, è necessario dividerli in base alla pericolosità dei liquidi che contenevano – il cui smaltimnto è una criticità essenziale di questo lavoro – e successivamente secondo il fatto che sia effettivamente possibile rigenerarli. Non tutte le cisternette, infatti, sono effettivamente
sottoponibili al processo di recupero IBC: alcune, troppo compromesse, devono necessariamente essere smaltite.

3- A questo punto si procede a quella che è probabilmente la fase centrale del recupero IBC, ossia il lavaggio, o meglio i lavaggi: sono infatti necessari diversi passaggi per assicurarsi che ogni traccia sia stata rimossa dalle pareti interne della cisternetta. Questo porta naturalmente ad avere una serie di scarti, i liquidi contaminanti che erano contenuti nell’imballaggio: queste scorie vengono raccolte e successivamente smaltite come da norme di legge. Il recupero IBC è un’operazione talmente esatta ed ecologica che perfino i vapori stessi derivanti dal lavaggio vengono eliminati bruciandoli completamente in un post-combustore.

4- Fatto questo, mentre le cisterne giudicate come non adatte al recupero IBC vengono avviate alla procedura di riciclo, le altre che debbono essere ricondizionate subiscono nuovi trattamenti: ove necessario vengono infatti sverniciate e riverniciate, le gabbie di metallo vengono controllate e se necessario sostituite, e qualora si verifichi la necessità vengono interamente rimosse anche le etichette precedentemente applicate. Il recupero IBC restituisce infatti degli imballaggi come nuovi, spesso addirittura riomologati per tutti gli utilizzi.

E con questa fase il recupero IBC si conclude. Le cisternette millelitri, rigenerate e pronte, verranno nuovamente immesse sul mercato, nuovamente in grado di contenere qualsiasi sostanza, dal latte ai reagenti chimici.

Al cuore dell’impresa ci sono passione e impatto

Migliaia di persone sognano di avviare un’attività. Ma che cos’è che genera veramente successo per un’azienda, che cosa fa in modo che prosperi a lungo e crei il profitto desiderato? Se è ben vero che un’analisi seria e completa di questa questione non può prescindere dalla preparazione dell’imprenditore, dalla bontà del suo prodotto, dalle condizioni del mercato e dalla capacità di interpretarle, e dalla generale situazione economica, è però non meno vero che anche due concetti apparentemente “vaghi” e poco solidi come impatto e passione sono invece ingredienti assolutamente essenziali nella ricetta per il successo di un’impresa.

Parliamo di passione? Certo, la passione sembra meno importante del denaro: e solitamente si fonda un’impresa per generare del guadagno, e non come sfogo alle proprie passioni, no? È vero: eppure, allo stesso tempo, costruire un’impresa soltanto fondandosi sull’idea “deve generare profitto” non è un buon inizio. Affrontare la vita di un’impresa significa anche avere la necessità di prendere decisioni difficili, di attraversare periodi faticosi e complessi, di fronteggiare difficoltà spesso notevoli. E questo non si fa soltanto per soldi: si fa per qualcosa in cui si crede e che si ama. Inoltre, essere appassionati di quello che fa la vostra impresa vi renderà manager più attivi e interessati.

E l’impatto? Un tempo il mercato faticava ad offrire abbastanza da soddisfare tutti i possibili clienti, e quindi bastava un buon prodotto per lavorare. Oggi, che il mercato è saturo e la concorrenza sconfinata, i prodotti buoni sono infiniti, e per poter trovare la propria nicchia e prosperare è necessario essere, in qualche misura o modo, diversi: fare la differenza, per i propri clienti e magari per il mondo. Cosa fa la vostra impresa? Cosa ha di speciale, di unico? Cosa potete fare per avere un impatto reale, importante e positivo sulla vita dei vostri clienti? La risposta a queste domande è molto concreta – almeno quanto “voglio che la mia impresa generi un profitto”. E sicuramente, è una condizione necessaria per generarlo, quel profitto.

Bagutta: quando dal cibo nasce la cultura

Novant’anni sono tanti, anche per un ristorante a Milano, città dove la tradizione è ancora forte e sostiene bene il confronto con l’innovazione e la modernità. Ma la Trattoria Bagutta li porta con uno stile e una freschezza che ne fanno davvero un simbolo di Milano al di là del tempo, un classico dove non pesa quella data d’apertura del 1924: allo stesso tempo trattoria sincera e ristorante di pregio, premiato da una clientela di altissimo livello, è un locale dove essenzialmente si mangia bene, in un ambiente semplice e casalingo, ma proprio per questo accattivante, e che sa mettere subito a suo agio il politico come il businessman, il cantante come il giornalista, la modella come l’ingegnere, che possono gustare il menù, cambiato quotidianamente a seconda dei prodotti reperiti, che ha fatto la fortuna di questo ristorante.

Ma non c’è soltanto cucina, da Bagutta. Il nome stesso è ben noto a tutti i letterati per il Premio Bagutta, primo premio letterario italiano, che fin dal 1927 viene assegnato con una semplicità – non c’è regolamento, non c’è limite di genere, non ci sono bandi o uffici stampa – che lo ha reso celebratissimo da tutta la stampa e ambito – premio aristocratico com’è, consegnato nel cuore dell’inverno milanese e non nella stagione estiva come tutti i premi che ha originato – da tutti gli scrittori. E nacque per caso, in quel ristorante a Milano dove venivano a gustarsi i piatti tipici di una cucina semplice e casalinga i giornalisti e gli scrittori dell’epoca, raccogliendo le ammende, le multe, che avevano scherzosamente deciso di comminare, di comune accordo, a chi avesse saltato la propria presenza serale, magari per uscire con una donna, per un’idea, si racconta, di Orio Vergani.

E nei tanti anni in cui è stato assegnato – dal 1927 a oggi, soltanto gli anni dal ’37 al ’46 sono stati saltati – quel premio Bagutta nato per gioco in un piccolo ristorante a Milano ha onorato autori e libri (dai saggi alla narrativa alla poesia, senza limiti, nel solo spirito del “ci è piaciuto” che lo contrassegna fin dall’inizio, da quell’accordo preso fra i primi giudici dei quali solo uno – narra ancora il Vergani- “era astemio”) che tutti conosciamo e amiamo. Ricordiamone, fra tanti, solo alcuni: Il Castello di Udine di Carlo Emilio Gadda, nel 1934, Pantheon Minore di Indro Montanelli, nel 1951, i Racconti di Italo Calvino nel 1959, Storia di Tönle di Mario Rigoni Stern nel 1979, e Il Provinciale di Bocca, nel 1992.

Sushi: nove cose che non sapevate

Vi piace il sushi? Scommettiamo che almeno metà delle notizie che vi diamo vi giungeranno completamente nuove. Sorprendete i vostri commensali alla prossima serata sushi citandole!

1. Sushi non significa per forza “pesce crudo”
In giapponese, Sushi è un termine che si riferisce al riso bollito mescolato con aceto di riso stagionato con zucchero e sale. Quindi, di per sé, qualsiasi preparazione fatta con questo riso è correttamente chiamata Sushi, anche se priva di pesce, come i futomaki, gli ume shiso e molti altri. Recentemente sono comparsi perfino sushi alla carne!

2. Il Sushi non è nato in giappone
Il Sushi è stato sviluppato nell’Asia sudorientale, come metodo per conservare il pesce nel riso e sale: soltanto nell’ottavo secolo, passando dalla Cina, è giunto in giappone. Le forme di sushi che conosciamo oggi, come il nigiri e i rotolini, sono state inventate a Tokyo nel diciannovesimo secolo, e venivano vendute in chioschetti, come cibo di strada.

3. Il riso da sushi non è riso colloso
Il riso colloso a cui molti pensano si faccia ricorso per fare il sushi è in realtà quello utilizzato per confezionare i mochi, dei dolcetti. Il riso da sushi, o shari, si ottiene invece aggiungendo aceto ad alto tasso di zuccheri al riso bollito: sono questi zuccheri a legare insieme il riso e mantenerlo compatto.

4. Lo zenzero è un potente antibatterico
Lo zenzero in conserva che viene servito nei sushi bar non serve solamente a “pulire la bocca” azzerando i gusti, soprattutto dopo il pesce molto grasso: ha anche la funzione di antibatterico, e viene consumato per proteggersi da possibili parassiti sviluppati nel pesce crudo.

5. Il Sushi di tonno è un’invenzione recentissima
In Giappone, intorno al dodicesimo secolo, il tonno veniva chiamato “shibi”, una parola considerata di malaugurio perché faceva rima con quella che indicava il giorno dei morti. Per questa ragione, il tonno veniva consumato soltanto dai poveri, ed era considerato un alimento di basso livello: soltanto nel diciannovesimo secolo, marinandolo nella salsa di soia, Yohei Hanaya introdusse il tonno nel sushi inventando il nigiri. Il successo fu straordinario.

6. In Giappone, sushi fa pensare a…
Normalmente, quando pensiamo al sushi qui in Europa, quello che abbiamo in mente sono i rotolini con riso e alga nori. Ma in Giappone, se dite la parola sushi, il primo pensiero che viene in mente ad un locale sarà sicuramente il nigiri.

7. Non sempre il pesce fresco è migliore
Come alcuni tipi di carne, anche il tonno, ad esempio, inizia ad avere un sapore molto migliore dopo essere invecchiato per una o due settimane. L’Halibut, d’altro canto, appena pescato è quasi immangiabile, legnoso e privo di qualsiasi sapore, come una banana verde e troppo acerba.

8. Nemmeno Sashimi significa “pesce crudo”.

Sashimi significa, letteralmente, “carne affettata”. E infatti esiste, ed è anche molto apprezzato in Giappone, il Sashimi di carne, soprattutto di pollo – naturalmente molto selezionato e assolutamente freschissimo!

9. Wasabi o non wasabi?
È molto raro che nei ristoranti europei venga servito del vero wasabi: solitamente viene usata una sostanza in polvere composta di rafano e senape, con dei coloranti. Solo pochi sushi bar usano il vero wasabi. La ragione? Semplicemente il prezzo: il vero wasabi è carissimo, e quello che arriva dal Giappone può facilmente arrivare ai 200 € al chilo, il che lo rende più costoso di buona parte del pesce che si usa nel sushi stesso!

Le guarnizioni in gomma

Quando parliamo di guarnizioni in gomma ci riferiamo a uno specifico tipo di sigillo meccanico che ha lo scopo di impedire a sostanze contaminanti, ora liquide ora gassose, di diffondersi nell’ambiente al di fuori di dove si desidera che rimangano. Il loro utilizzo più comune è sicuramente nei campi dell’industria dove è estremamente importante adattare perfettamente parti meccaniche le une alle altre; un esempio classico è quello dell’industria automobilistica, ma ce ne sono molti altri, e proprio per questo le misure e i formati delle guarnizioni in gomma sono molteplici, così come le loro tipologie specifiche. Anche solo volendo elencare le più comunemente utilizzate, infatti, possiamo già parlare di guarnizioni in gomma industriali, guarnizioni in gomma per alte temperature, e modelli resistenti al calore diretto.

Le tecniche di fabbricazione di questi oggetti sono numerose, come è normale in un settore dove spesso occorre realizzare prodotti completamente su misura. Dalle guarnizioni realizzate per estrusione e stampo della gomma, infatti, (metodo con il quale si realizza la gran parte dei modelli standard) possiamo facilmente passare a guarnizioni realizzate con taglio a mano, per tranciatura automatica, o perfino con taglio ad acqua per particolari materiali. Dalla forma infatti, oltre che ovviamente dalla qualità della gomma utilizzata, dipenderanno caratteristiche fondamentali delle guarnizioni in gomma, come la massima pressione operativa che potranno sostenere o la capacità di fare da scudo alle interferenze radio ed elettromagnetiche.

Due parabole per il marketing

Il marketing è prima di tutto un modo di pensare. E come per tutti i modi di pensare, a volte il modo migliore di spiegarlo è con una storia… eccone due che potrebbero farvi riflettere.

Un tempo, un ricco mercante acquistò una splendida villa nel cuore della città, con un grande giardino incolto davanti. Aveva intenzione di riempirlo di splendidi alberi rigogliosi, che dessero a tutti la precisa sensazione della sua ricchezza e del suo potere con la loro solidità. Fece quindi piantare dieci alberelli di quercia lungo il viale che attraversava il giardino, e per tre mesi se ne occupò con grande cura, annaffiandoli e controllando che i parassiti non li attaccassero e che il sole li illuminasse.
Ma dopo tre mesi, gli alberelli, pur sani, non erano ancora diventati – naturalmente – le grandi querce che il mercante s’era immaginato. Deluso e arrabbiato, fece sradicare tutte le piante e seminare un semplice prato – che crebbe sì rapidamente, ma non diede a nessuno altra impressione che quella di una grande banalità.

Morale: Tempo e pazienza! Tutto, anche nel marketing, ha i suoi cicli, come la natura. Un alberello non diventa una grande quercia in tre mesi, e una campagna di marketing non porta migliaia di clienti in pochi giorni. Se volete risultati grandi e solidi, dovete dar loro il tempo di crescere: e se invece preferite, com’è legittimo, risultati più rapidi, accontentatevi di qualcosa che, come il prato, non lascia segni nel tempo e funziona solo nel breve termine.

C’era una volta un cavaliere che venne a sapere di una principessa bellissima che un re di un Paese lontano voleva dare in sposa a chi si fosse mostrato più valoroso e capace. Equipaggiandosi per un lungo viaggio, salì a cavallo e partì. Ma quanta ressa sulla strada! Centinaia e centinaia di cavalieri, avventurieri, contadini che speravano in un colpo di fortuna, e anche cacciatori di dote affollavano ogni spazio. La marcia quotidiana era un inferno di spintoni e fatica; ogni sera le locande erano riempite dai primi arrivati e spesso toccava dormire all’addiaccio.
Ma giorno dopo giorno, il cavaliere si accorse che la strada si faceva più libera. Tanti abbandonavano, sfiiti dalla fatica, o rimanevano indietro perché si fermavano a lamentarsi della ressa e del numero dei concorrenti. Le giornate erano meno faticose, le notti meno terribili.
Alla fine del viaggio, solo il cavaliere bussò alle porte del castello.

Morale: è all’inizio che bisogna tenere duro! Quando si attiva una campagna di marketing, la concorrenza è fortissima, spesso anche sleale o molto più forte, l’attenzione che si riceve è poca, le difficoltà numerose e significative. Ma tenendo duro, si vedranno abbandonare, uno dopo l’altro, i concorrenti meno convinti, e lo spazio di manovra si farà sempre più ampio: e anche i risultati si faranno vedere. Non scendete subito da cavallo, la principessa è più in là!

Le diverse applicazioni industriali dei nastri trasportatori

Se pensiamo ad un moderno stabilimento, ad un capannone industriale di un qualsiasi settore produttivo, probabilmente immaginiamo un impianto quasi del tutto automatizzato, in cui i macchinari operino in continuità per trasformare le materie prime nei prodotti finiti che poi potremo acquistare. Ma anche con i macchinari automatici più moderni e veloci, come potrebbe un’azienda sostenere i necessari ritmi produttivi se i trasferimenti da un punto all’altro della catena di produzione fossero lenti e discontinui? Ogni vantaggio dell’automazione verrebbe vanificato. Per fortuna, i nastri trasportatori sono ormai una realtà onnipresente nell’industria, e in ogni settore permettono di risolvere quei problemi caratteristici che rischierebbero di compromettere il buon funzionamento del sistema. Qualche esempio?

Nell’industria manifatturiera, il problema principale è legato a due elementi: la dimensione dei pezzi da trasportare e la complessità dei percorsi che devono effettuare. Fortunatamente, i nastri trasportatori a passo multiplo hanno maglie metalliche tanto strette da costituire una superficie praticamente piana e continua, e possono essere utilizzati anche su percorsi curvi o in salita e in discesa, con appositi “facchini” e sponde che non facciano cadere i pezzi.

Nel campo alimentare, d’altro canto, la prima preoccupazione è sicuramente per l’igiene, che deve essere costantamente garantita: e i nastri trasportatori in rete metallica di acciaio inox sono perfetti per risolvere questa esigenza, dato che sono semplicissimi da pulire a fondo e non offrono alcun rifugio a batteri e resti alimentari che potrebbero decomporsi.

E che dire dell’industria pesante, come ad esempio quella dei trattamenti termici sull’acciaio? Le temperature che vengono raggiunte dai pezzi, e ancor più quelle all’interno dei forni, sono tanto elevate che potrebbero causare grossi incidenti e problemi. Solamente i nastri trasportatori in rete metallica sono in grado, quando opportunamente trattati, di sopportare tali temperature adattandosi senza danno e mantenendo la propria funzionalità per lungo tempo.

E non dimentichiamo, in conclusione, l’industria ittica. Continuamente immersi nell’acqua salata, i nastri trasportatori in acciaio inox sono i soli a poter operare a lungo senza subire alcun tipo di danno; inoltre, la loro struttura a maglie effettua un costante filtraggio dell’acqua stessa, velocizzando l’intero processo di lavorazione – sempre un vantaggio importante, quando si lavora con il cibo.

Ragioni e vantaggi della nichelatura

Fra i trattamenti superficiali a cui è possibile sottoporre vari tipi di oggetti, allo scopo di modificarne le caratteristiche superficiali come durezza e resistenza agli agenti esterni, ricopre sicuramente un posto di spicco quello definito di nichelatura, che consiste, com’è evidente dal nome, nel depositare sull’intera superficie da trattare uno strato sottilissimo di nichel. Questo metallo, da più di cinquemila anni, presenta infatti l’interessante caratteristica di un lunghissimo tempo di ossidazione quando esposto all’aria a temperatura ambiente, il che lo fa considerare resistente alla corrosione, e quindi un’ottima copertura protettiva come rivestimento per metalli.

Vi sono due metodi di nichelatura, che differiscono sostanzialmente, nella procedura, dall’utilizzo o meno della corrente elettrica nella procedura di deposito del materiale. Il primo caso è quello della nichelatura cossiddetta elettrolitica, che per la natura del procedimento è eseguibile unicamente su materiali metallici. La pulizia del pezzo da ogni traccia di grasso o di corrosione è essenziale per la buona riuscita del trattamento, perciò l’oggetto da lavorare viene sottoposto a svariati lavaggi e trattamenti termici prima del procediumento di nichelatura. Una volta che la preparazione è stata completata, si immerge completamente il pezzo in un bagno di soluzione elettrolitica, e lo si pone come catodo, usando invece come anodo del nichel dissolto nel liquido in forma ionica. Come abituale nel procedimento elettrolitico, gli atomi di metallo viaggiano nella soluzione e si depositano sul pezzo, ricoprendolo integralmente.

Al contrario, nella seconda tipologia di procedura, quella di natura puramente chimica, non figura in alcun momento del procedimento l’uso della corrente elettrica. Non si tratta di una differenza irrilevante: la scelta di fare senza elettricità dà in realtà tre significativi vantaggi rispetto alla prassi elettrolitica descritta prima. Il primo e più banale, ovviamente, è che non occorre nessun genere di alimentazione elettrica, e quindi non ha alcun costo energetico da calcolare o sostenere. In secondo luogo, quando vengono depositati chimicamente, gli strati di nichel sono sempre precisamente dell’identico spessore in ogni punto, completamente uniformi, quale che sia la forma, anche molto complessa e scolpita, dell’oggetto. Per finire, siccome non è richiesto da questo metodo che il pezzo sia in grado di condurre elettricità, non è obbligatorio limitarsi ad oggetti metallici e si possono nichelare anche pezzi in plastica o vetro.

A prescindere dal metodo che viene utilizzato, come abbiamo detto, tutti e due I metodi di nichelatura hanno lo stesso obiettivo: quello di dare salvaguardia all’oggetto che viene ricoperto dai danni meccanici e dall’ossidazione e corrosione. Ma non è tutto: la nichelatura di tipo chimico, poichè permette di depositare coperture di spessore variabile, può anche essere applicata per ripristinare le misure precise di funzionamento di un utensile che si sia rovinato con il lavoro. Ne fanno uso inoltre l’industria automobilistica, che protegge così le parti sottoposte a pesante usura, e quella della fabbricazione dei dischi rigidi, nei quali I dischi di alluminio, prima di ricevere lo strato magnetico che conterrà I dati, vengono protetti tramite nichelatura..